Paolo, il caschetto biondo dopo i pantaloni rosa
Ho seguito con particolare sgomento l'ennesimo caso di suicidio causato da bullismo omofobico, ovvero quello di Paolo, e solo ora ho trovato la forza per scriverne. Insultato con epiteti come "Nino D'Angelo", per via del suo caschetto biondo, oppure "femminuccia", aveva cominciato a odiare la scuola, e anche la sua stessa vita. Prima indifferenza, denunce ignorate e silenzio, poi, dopo la morte, si accendono le luci delle fiaccole
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| Dal Web |
Paolo era una ragazzino che non aveva ancora compiuto 15 anni. Viveva in maniera tranquilla, amava la musica, andare a pesca con il papà, non sentiva neanche il bisogno di avere tanti amici. Era un'anima rara, che tuttavia ha dovuto misurarsi con un mondo di grandi spietato e indifferente. Lo so, sono già stati scritti fiumi di parole su di lui per dar voce all'indignazione generale, ma le mie riflessioni oggi hanno un po' più umanità e un po' meno vetriolo: sono stata anch'io una vittima di bullismo e, se oggi ho trovato una voce, devo parlare anche per lui, che non ha avuto il tempo nemmeno di cercarla.
Aveva appena cominciato le Superiori, ha dovuto quindi scontrarsi con una nuova dimensione sociale, una generazione tra le prime cresciute con i social, i "cattivi maestri", che oggi hanno sostituito la tanto vituperata Tv di Karl Popper. Una generazione che punta il dito contro il diverso, il conformismo esaltato e considerato metro di giudizio del valore. Se non ti piacciono le stesse cose degli altri, se non ti diverti, se non segui le mode come gli altri, non sei nessuno. Se non ti uniformi, paradossalmente, diventi invisibile.
E Paolo ci aveva anche provato, a omologarsi: aveva tagliato il suo bellissimo caschetto, sperando che non l'avrebbero più preso in giro. Invece, insulti e scherzi di cattivo gusto continuavano a tormentare ogni sua giornata scolastica, tant'è che aveva cominciato a odiare non solo la scuola, ma la sua stessa vita. I genitori hanno denunciato tutti i soprusi e le cattiverie agli organi scolastici di competenza, ma i primi a non volersi interessare sono stati gli insegnanti.
La sofferenza di Paolo è proseguita nel silenzio di tutti quelli che hanno scelto di girarsi dall'altra parte, una sofferenza che ha eroso in profondità, scavando nella sua fragilità di adolescente fino a infliggergli l'ultimo colpo. Io mi chiedo: come può un ragazzino avere già il desiderio di finire una vita che ancora deve cominciare? E, soprattutto: quanto possono essere crudeli gli altri per portare un adolescente a credere di non valere nulla, e preferire la morte?
La cosa più vergognosa del paese dove viveva, è che hanno organizzato una fiaccolata per lui. Erano presenti i professori e tutti quei compagni di classe che si sono rifiutati di ascoltarlo, di conoscerlo, di amarlo per quello che era. A cosa serve ora, questa ipocrisia? I loro rimorsi di coscienza non lo riporteranno indietro. Perchè, piuttosto, non gli hanno mai dato motivi per farlo restare?
Dopo il caschetto biondo e i pantaloni rosa, cos'altro saremo costretti a vedere?
Grazia



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